martedì 8 novembre 2011

Kheine

<E che ne è stato dei tuoi compagni?> L'elfa della notte ruppe il silenzio che Kheine aveva creato, lasciando ai suoi "ospiti" la possibilità di condurre oltre la conversazione.
<Tutti morti. Abbiamo provato a introdurci nella villa di Barthanes due notti fa, seguendo i githyanki, ma siamo stati scoperti. Quel posto brulica di mercenari armati...>
<...e guardacaso ti sei salvato solo tu!>  lo interruppe secco Realder.
<Da morto non sarei stato molto utile a nessuna causa.> Rispose secco Kheine. <Ho contattato i miei superiori a Tarsanadas e mi è stato detto che in città c'era un bardo di nome Merrilin, di cui avrei potuto fidarmi. Si sono forse sbagliati? Ascoltate, sto solo cercando di aiutare voi e me stesso. Io sono qui per rovesciare il Gran Crociato Dathroan. Da quando la Sacra Torcia ha preso il potere a Shining Wood i non-umani li bruciano in piazza, cos'altro pensate che ci faccia in un posto del genere?!>

L'elfa si avvicinò a Kheine, al centro della stanza. Aveva la pelle blu e i capelli verdi, occhi gialli vagamente felini, con indosso un'armatura che sembrava fatta di foglie, nera come la pelle e gli abiti di Kheine. Accennò un sorriso. I kaldorei e i drow erano razze molto simili, in fondo, entrambe nate dal buio e entrambe accomunate da un destino in qualche modo tragico.
Elfi della notte, venivano chiamati i primi. Elfi delle ombre, i secondi.
O anche "traditori".

<Il mio nome è Silva'las, dei kaldorei. E lei è Rajah.> La pantera mostrò i denti, soffiando.
Il drow tentò inutilmente di distogliere lo sguardo dalle zanne dell'animale. <Kheine'n'sekheitni. Ma in genere gli umani trovano il mio nome un po' difficile da pronunciare... Chiamatemi Kheine.>
L'altro umano, quello dai capelli rossi, sbuffò. <Io sono Patrik, quello grosso accanto a te è Realder e lo gnomo si chiama Vivi. A quanto pare sai già chi è Merrilin, no? E adesso, basta convenevoli. Cosa proponi?>
<Sappiamo dove sarà buona parte dei mercanti, domani sera. I veri signori della città sono loro, con i loro eserciti di mercenari. Tra loro ci sarà Barthanes. E anche Dathroan, colui che ha iniziato questo sterminio. Io dico penetriamo lì dentro, raccogliamo informazioni e, se gli dèi ci assistono, uccidiamo Dathroan.>
Silenzio. Sguardi tra i presenti.
<E' troppo pericoloso> borbottò Realder.
<Io sono d'accordo invece. Siamo fermi da troppo, dobbiamo agire> lo contraddisse Patrik. <Però ci servirebbe un piano ben congegnato... non possiamo semplicemente entrare dalla porta principale, e tu Realder non sei proprio adatto a intrufolarti da qualche parte...>
Vivi si accigliò, scuotendo la testa, mentre Merrilin aprì la bocca per dire qualcosa, poi la richiuse, guardando Silva'las.
Non era quello che Kheine si era aspettato. Quella dell'indomani era un'occasione unica, una festa mondana in un luogo segreto. Li avrebbero presi alla sprovvista. Perchè esitare? C'era forse qualcosa che premeva loro di più che uccidere il Gran Crociato e rovesciare la Sacra Torcia? Che i suoi contatti avessero torto su questo Merrilin?

Silva'las rispose ai suoi pensieri.
<Non dobbiamo dimenticarci qual'è la nostra priorità. Siamo qui per salvare Kristanna.>

mercoledì 26 ottobre 2011

Kheine

Kheine si voltò accennando un sorriso benevolo. Uno degli umani, un ragazzone biondo e ben rasato, alto quasi due metri, aveva già la mano al mazzafrusto e si avvicinava minaccioso. Gli altri tre si disposero intorno alla porta, che la ragazza elfo chiuse dietro di sè. La grossa pantera al suo fianco mostrava i denti senza emettere un suono.
Decisamente non amichevoli... Kheine decise di rincarare la dose: se i suoi contatti avevano ragione sarebbe andato tutto bene... <Calma, calma...> si alzò lentamente dallo scrittoio tenendo tra due dita un piccolo foglio di carta pergamena, che lasciò fluttuare in aria con noncuranza <sono qui solo per invitarvi a cena>.
Sulla pergamena un disegno: fiamma rossa su fondo bianco.
<La Sacra Torcia> mormorò la ragazza elfo, dal fondo della stanza.
<...di male in peggio... > digrignò quello grande e grosso di fronte a lui, ormai fin troppo vicino.
<Aspetta un attimo Realder> prese la parola l'altro umano, quello che secondo le sue informazioni si chiamava Merrilin, il bardo. Lunghi baffi, una chioma di boccoli biondi, occhi che hanno visto il mondo <sentiamo che ha da dire>.
Kheine annuì <informazioni. Domani sera il consiglio dei mercanti si riunirà all'ora di cena. Pensavo che potesse interessarvi sapere dove. Sarà presente anche il nostro comune amico... Dathroan...>
Bastò il nome a bloccare ogni respiro nella stanza. Quello che Kheine vedeva sui loro volti era già una risposta migliore di qualunque parola: interesse, rabbia, dubbio. Nessuna paura. Non si lasciò scappare il vantaggio della sorpresa. <Sono stato mandato dagli alti ranghi del culto di Teferi per indagare sulla Sacra Torcia. A Tarsanadas è giunta voce che ci sia qualcosa di sinistro in questo gruppo di fanatici> Kheine oltrepassò il biondo, che si era come bloccato ad ascoltarlo, e si diresse al centro della stanza cercando di catturare lo sguardo, l'attenzione e la fiducia di tutti i presenti. <Quello che ho scoperto conferma i sospetti, ma purtroppo... io e i miei compagni abbiamo tenuto d'occhio il quartiere generale dell'ordine, notte e giorno, per settimane. Bene, vi sembrerà incredibile ma per ben tre volte durante la scorsa settimana, a notte fonda, abbiamo visto dei githyanki uscire da lì dentro e dirigersi indisturbati verso la reggia di Lord Barthanes... se capite di cosa sto parlando...>.

Kheine fece una pausa e si concesse un attimo per soppesare le persone a cui stava concedendo la sua fiducia. Di fronte alla porta d'ingresso stava ben saldo un umano, chiudendo la via di fuga. Carnagione chiara, rosso di capelli e di vestiario, una grossa mazza da battaglia brandita a due mani. Accanto a lui uno gnomo, scuro di carnagione armato solo di una piccola balestra. Nessuno dei due sembrava pronto a fidarsi, ma neanche apertamente ostile. Nei loro occhi si leggeva il dubbio.
Ancora di fianco la ragazza elfo, dal Benir se gli occhi non lo tradivano, intenta a tenere calma la sua pantera. Il suo sguardo mostrava comprensione, e qualcos'altro. Forse empatia? Di certo la città di Shining Wood non era il teatro di avventure ideale per un non umano, non di questi tempi, e la ragazza doveva essere stata scossa da qualche avvenimento recente; di lei si sarebbe potuto fidare, decise Kheine. In futuro.
Il biondo che stava alla sua destra, mazzafrusto alla mano, lo guardava con una rabbia omicida. Non c'era un briciolo di dubbio nei suoi occhi. Kheine conosceva il suo nome: Realder, il paladino di Hoeron. Per farlo ragionare avrebbe dovuto usare un metodo drastico, un piccolo asso nella manica, sebbene pericoloso da tirare in ballo...
Infine Merrilin, colui che gli era stato detto di cercare in caso di difficoltà, colui che secondo le sue fonti stava portando avanti "un'importantissima missione" nientedimeno che per volere di Sir Keiga in persona. La sua espressione era fredda, indecifrabile. Occhi che hanno visto il mondo. Di lui doveva fidarsi. Fino in fondo.
Stavolta più che in passato aveva un disperato bisogno di aiuto. Se non fosse riuscito a convincere almeno il bardo, a portarlo dalla sua parte, probabilmente il suo viaggio sarebbe finito a Shining Wood, bruciato vivo nella pubblica piazza. 

E non poteva permetterlo, aveva fatto troppe promesse: a Fan, a Keiga, agli dèi.
Sarebbe stato meglio morire per mano di Soulzart, mesi prima, sotto l'ombra maculata degli abeti...

martedì 18 ottobre 2011

Kheine


Le notti negli anelli esterni non erano mai silenziose. C’era sempre qualcosa che si muoveva, che fosse un canto, un fruscio o solo il vento: sembrava che il mondo fosse così ossessionato dal manifestare il proprio essere vivo. Anche nel buio, anche nelle notti senza luna. Kheine inspirò una boccata dalla pipa e passò distrattamente il dito sul carboncino, sfumando il suo disegno.  Quella notte era come questa, pensava... stranamente silenziosa. Un nuovo cambiamento lo attendeva adesso, come lo aveva atteso quella notte di luna nuova. E ancora una volta aspettava qualcuno. Adesso il bardo Merrilin e i suoi sgherri, allora Fan, sebbene non fosse stata Fan la prima ad arrivare all'appuntamento, sotto il grande Abete Rosso. 
Fan diceva che per chi sapeva ascoltare gli alberi parlassero nella loro lingua di gemiti, ululati e lievi scricchiolii. Chissà cosa aveva cercato di dirgli il Vecchio Rosso, quella notte. Avvertirlo? Magari anche gli alberi raccontavano storie passate, malinconici per una giovinezza perduta. Chissà se si curavano degli elfi e delle loro vite. Secondo gli accoliti del Fiore Bianco gli spiriti degli elfi morti albergavano per secoli nella linfa degli alberi, purificandosi prima di confluire nel Flusso delle Anime. Il Vecchio Rosso doveva essere stato un grande condottiero, forse un re.

Non c'erano alberi a Shining Wood, solo il silenzio innaturale di una città disperata.
Kheine aspirò ancora. Un sapore aspro gli intirizzì la lingua. Pensò al tabacco dolce di Olpenden, a tempi più felici. Gli elfi in genere non fumavano, il tabacco prodotto veniva raffinato e destinato alla vendita nei mercati delle Terre dei Fiumi, ma lui non era un "vero" elfo e i reietti finivano spesso per prendere abitudini da umani frequentando i mercanti degli anelli esterni. Un sorriso di autocommiserazione, una falce bianca, comparve su quel volto nero, nella stanza buia della locanda.
Quante rimuginazioni inutili precedono un cambiamento. E’ il tempo a creare problemi, non la decisione in sé. Adesso come in passato. Se fosse partito dagli anelli esterni nel momento stesso in cui aveva deciso di abbandonare i boschi - e i suoi fratelli - sarebbe stato tutto più facile, tutto meno stupidamente doloroso. Nessuno spazio per i dubbi. Lo avrebbero considerato un traditore nello stesso identico modo. Al pensiero la vergogna lo colpiva come uno schiaffo, ancora, a anni di distanza. Pensò a Soulzart, al loro ultimo scontro.
Inarcò la schiena per accomodarsi meglio sulla sedia. Doveva smetterla di guardare al passato, doveva concentrarsi. Le persone che stava aspettando erano pericolose, e non sarebbero state amichevoli trovandolo ad attenderli nella loro stanza. Ma era esattamente quello che Kheine voleva: provocarli. 
Poni ad un uomo delle domande ed egli ti mentirà spudoratamente. Mettilo sotto pressione e capirai chi è. Le risposte verranno di conseguenza. 

Voci e passi pesanti dalle scale. Una chiave che indugia nella serratura.
Kheine accese la lanterna e mormorò una preghiera a Shae.

domenica 16 ottobre 2011

Silva'las


Di nuovo quei rettili.
Silva’las li aveva visti prima di fare ritorno alla locanda: portavano le insegne di Eikos e formavano un corteo lungo una delle strade maestre della capitale, con al centro due grossi sauri che conducevano un cocchio. La calca che si era assiepata per guardare non le avrebbe comunque permesso di rientrare, quindi si era aperta un varco ed aveva guardato meglio: un corteo dell’Impero stava arrivando dal Palazzo, andando incontro agli uomini-lucertola. I due seguiti si erano fermati proprio davanti a lei.
Dalla carrozza imperiale erano scesi la Regina Madre, Catelyn Cohen, che stando al rumoreggiare della folla non si era più fatta vedere in pubblico dopo la morte dell’Imperatrice Liliane, Yluni ar'Deneb (lo yuan-ti era facilmente riconoscibile anche per lei che non sapeva praticamente nulla di politica) e un uomo, che ostentava una lancia con il simbolo di Heironeus e che i suoi vicini non sembravano conoscere. Dall’altra carrozza erano apparse invece due mezzelfe, dalla pelle verdastra, completamente identiche e che si muovevano insieme, quasi come fossero immagini allo specchio.
C’era stato uno breve scambio di parole tra le tre donne, poi la Regina Madre era salita sulla carrozza delle mezzelfe ed entrambi i cortei si erano diretti verso il Palazzo delle Cupole d’Oro.

E adesso tre di quelle insolite guardie erano lì, davanti a loro.
Merrilin appariva sconcertato. Era facilmente intuibile che non si aspettasse che qualcuno sarebbe venuto a cercarlo; il suo piano di tenere un basso profilo per non destare sospetti non aveva funzionato proprio alla perfezione.
I rettili si guardarono, forse ci fu un attimo di indecisione, poi quello che era il capo assunse un'espressione sbigottita.
<Merrilin.> Silva’las cercò di sbloccare la situazione; era chiaro che i tre non avrebbero accettato un rifiuto. <Io farò quello che mi chiederai, ma se andrai con loro ovviamente io verrò con te.>
Il bardo si riscosse, guardò i suoi compagni, che annuirono.
<E sia!> disse Realder.

Uscirono.
Il rettile aveva parlato delle gemelle di Eikos, evidentemente le mezzelfe che Silva’las aveva visto poco prima. Durante il tragitto l’elfa interrogò Merrilin a questo proposito, ma lui non le disse molto: sapeva appena della loro esistenza. Non restava che aspettare, avrebbero presto saputo di più.
Effettivamente si diressero al Palazzo, ma non verso l’ingresso principale. Il bardo disse loro che quello dove si trovavano era il parco della residenza della Regina Madre.
Su uno stagno del grande giardino era stata eretta una imponente tenda blu. Skiris e i suoi sottoposti si fermarono all’ingresso e con deferenza fecero cenno al gruppo di entrare.

Nella semi oscurità, Merrilin e i suoi si trovarono con l’acqua fino ai polpacci, illuminati dal riflesso incerto di fuochi fatui verdi sospesi sulla superficie.
Qualcosa si mosse nel buio, con un sibilo, catturando i riflessi della luce su una pelle di scaglie cangianti: due enormi occhi, verdi e malevoli, osservarono il gruppo con fissità feroce. Rajah, la pantera di Silva’las, ringhiò spaventata, ma la druida riuscì a tranquillizzarla.
Una voce gentile si fece subito sentire:
<Calmo, Sayu. Sono loro.>

sabato 15 ottobre 2011

Merrilin

Febbraio, anno 514 dopo l'Ascesa 

Il bardo Merrilin li aveva riuniti tutti nella stanza confortevole alla Locanda dell'Imperatore. L'aria era appesantita dall'odore dell'erba-pipa, dal profumo dolce sparso da un incensiere appeso al soffitto basso e dall'aroma del té; tutti erano seduti sui soffici cuscini colorati che coprivano il pavimento.
Merrilin li squadrò uno ad uno, giudicandoli brevemente dentro di sé: Silva'las, l'elfa che lo aveva accompagnato alla capitale dalle foreste dei Kaldorei: al suo primo viaggio lontano dalla patria, mostrava più determinazione di quanta ne avesse vista ultimamente in molti esponenti dei culti delle divinità... e di quanta ne avesse lui stesso in qualche momento. Vivi, il suo vecchio amico: silenzioso, lo sguardo attento, ci si poteva quasi scordare della sua presenza. Esperto di magia e nell'arte di non farsi notare, avrebbe potuto fare la differenza in caso di necessità. Realder e Patrick, suggeriti personalmente da Keiga, Primo Chierico di Hoeron: poco più che ragazzi, avevano subito l'orrore della caduta del Nord davanti all'invasione di non-morti e nella stessa occasione si erano contraddistinti agli occhi dei loro superiori. Leali oltre ogni dubbio, e senz'altro in grado di difendersi meglio di lui.
Merrilin prese una lunga boccata dalla pipa, per calmarsi e riorganizzare le idee. Avrebbe dovuto tacere troppe cose a quelle persone disposte a dargli fiducia incondizionata, ma era imperativo finché si trovavano nella capitale, a Tarsanadas: al centro della ragnatela del Reggente.

Dopo la scomparsa della giovane imperatrice Liliane, lord Kovant, primo paladino di Heironeous e vecchio zuccone indurito, aveva preso in mano prontamente le sorti dell'impero. Uomo d'azione, impegnato al sud a liberare la città di Leah e lord Allister dalla nefasta presenza di suo figlio Branos, Kovant aveva indicato come reggente nella capitale nientemeno che Yluni ar'Deneb, il Re Ragno. Lo yuan-ti era capace, meglio di chiunque altro, di sbrogliare gli intrighi della complessa politica interna all'Impero ormai in sfacelo: fino ad allora era stato il capo della Ragnatela, una potente rete segreta di spie senza alcuna moralità, nominalmente fedele al nome della famiglia imperiale, ma le cui propaggini si estendevano ben al di fuori del dominio dei Tar Gonasis. Tuttavia, la sua nuova posizione aveva creato più di un mormorio nella Ragnatela e nella nobiltà; il Reggente vedeva adesso un nemico in ogni ombra e sfruttava ogni risorsa a sua disposizione per captare tutti i sussurri e le mezze frasi della gigantesca, brulicante capitale, per impedire che si concretizzassero in minacce al suo nuovo potere.

La missione avrebbe dovuto rimanere lontana dai suoi occhi e dalle sue orecchie: l'unica soluzione sicura per Merrilin era non parlarne, neanche con coloro che avrebbero dovuto aiutarlo. Tentò di farlo apparire un viaggio dai minimi rischi, sperando con tutte le sue forze che il destino non lo smentisse: fingendosi un mercante e la sua scorta, avrebbero dovuto raggiungere la città di Shining Wood attraversando le pericolose foreste del Benir. Una volta arrivati a destinazione avrebbero incontrato un suo amico, un umile falegname di nome James Tarmikos, per condurlo fino alla cittadella montana di Valon, al confine con il nord ed i non-morti. 
Li stava rassicurando sui dettagli quando bussò Ylaria, la ragazza mezzelfa che scivolava così spesso nei suoi pensieri quando si trovava in viaggio.
<Miele mio? Ci sono delle... strane persone che chiedono di voi...>
Con una mano sull'elsa della spada, organizzando col pensiero una fuga precipitosa, Merrilin condusse il gruppo alla porta della locanda: un trio di uomini-lucertola, vestiti di scampoli di armature diverse e fibbie di cuoio, rivolse loro un complicato saluto tribale. Portavano elaborati collari e catene d'oro, anelli al naso e svariati orecchini, che foravano le scaglie del muso sopra gli occhi e le bocche. Il più vicino si rivolse loro in una strana imitazione della lingua comune, facendo oscillare in un gesto ossequioso un grosso zaffiro che penzolava da uno dei bracciali d'oro. 
<Skirisss sssono. Gemelle di Heikosss Hall occhio voi, parla voi. Ssseguire, grazie?>

Silva'las

Febbraio, anno 514 dopo l'Ascesa

Silva'las non era certo a suo agio in città: Tarsanadas era sporca, e puzzava.
Le mancavano i suoi alberi, i suoi ruscelli, i suoi lupi e i suoi cervi. Le mancavano l'odore della foresta e lo stormire delle foglie. Le mancavano le lunghe passeggiate e le brevi corse durante la caccia.
Nonostante i cambiamenti in atto, la foresta era ancora così piacevole per lei. Non sarebbe durato ancora per molto tempo però, adesso che anche Elhonna e Obad-Hai erano scomparsi. Come fanno gli dei a morire?

 
Era già tracorso un anno dal giorno in cui il suo popolo fu costretto ad udire il pianto degli alberi... non c'è niente di più terribile per un druido. Anche gli animali stavano soffrendo, certo, ma il lamento degli alberi era assolutamente insopportable.
Probabilmente gli halfling e gli gnomi si erano sentiti proprio così: vuoti. Spenti.


Ma era solo l'inizio, la sofferenza doveva ancora manifestarsi con tutta la sua forza. Pochi mesi dopo fu infatti la volta del dio della natura. Gli animali (elfi compresi) ricevettero un altro duro colpo. Molti di loro iniziarono a vagare senza meta, in una foresta che iniziava a mutare; molti smisero di cacciare e si lasciarono semplicemente morire di fame... Le stagioni non esistevano più, il tempo diventò casuale. Come fanno gli dei a morire?

 
Nessuno era ancora riuscito a dare una spiegazione, né fuori della Foresta né al suo interno. Voci di studiosi, saggi o uomini di chiesa si alternavano... Parlavano del ritorno di Dagon, di Distruttori di città, di incantatori che avevano oltrepassato il segno. Ma erano solo chiacchiere.

Una cosa invece stava avvenendo realmente: Kuilaltorn, il grande albero vivente, l'albero sacro, aveva perso qualche foglia... Stava iniziando a seccare, e con esso sarebbe morto tutto il Benir... L'equilibrio del mondo era ormai rotto.

Tuttavia lei e la sua famiglia facevano parte di quelli che non si erano arresi, e si sarebbero appigliati a qualsiasi speranza, per quanto
flebile  potesse sembrare.
Adesso, la speranza per lei aveva un nome: Merrilin.
Adesso, Silva'las aveva una missione: proteggere quell'uomo dai modi gentili che molti della sua gente (compreso suo padre) rispettavano profondamente. Xai'ander si fidava di Merrilin e aveva affidato a lei il compito di proteggerlo, e lei non aveva avuto bisogno di sapere altro.
Se una speranza c'era, allora valeva la pena anche di allontanarsi da Casa. Sopportare gli odori artificiali della città ed essere circondata soltanto da mattoni e legna morta era un prezzo infinitamente basso se paragonato alla possibilità di vedere Kuilaltorn tornare a fiorire...

domenica 2 ottobre 2011

Prologo

8 maggio, anno 512 dopo l'Ascesa

Shining Wood comparve all’improvviso dopo una svolta del sentiero.
Padre Garin sfioro’ il medaglione a forma di disco solare che portava intorno al collo, e mormoro’ una preghiera di ringraziamento a Pelor. Il viaggio era stato faticoso e il sedere gli doleva in modo infernale per il troppo stare a cavallo, ma la vista di una delle piu’ belle citta’ dell’Impero, nonche’ sua destinazione finale dopo mesi di peregrinazioni e di incertezze sul futuro, valeva bene qualche piaga.
La giornata, per giunta, sembrava voler collaborare a rendere il momento memorabile: in cielo non c’era una nuvola, e i raggi scagliati dal suo Dio si riflettevano sui colori degli edifici in legno dipinto della citta’. Il matriarcato di Shining Wood era stato in gran parte risparmiata dalla guerra che aveva infuriato nell’impero quando il feudo della Federazione si era autonominato “Regno delle Lance” ed aveva iniziato la sua breve e sanguinosa ribellione, e restava una delle meraviglie delle terre dei fiumi anche in tempi cosi’ incerti.
“E sara’ la mia casa da adesso a quando non avro’ piu’ capelli in testa, al Signore piacendo”, penso’ Garin. Aveva avuto la sua dose di avventure negli ultimi mesi, aveva visto la guerra, e le forze che si erano scatenate per terminarla. La sua mente torno’ per un attimo a Veero, all’immagine terribile dei cinque uomini (uomini?) inviati dall’Impero a riportare all’ordine la capitale del regno ribelle. Rivide i corpi mutilati, scagliati in aria, degli uomini che un tempo aveva conosciuto, aveva curato, al volto di Alise quando le aveva detto che non aveva piu’ incantesimi per calmare il dolore... Scaccio’ quell’idea con uno scrollone di spalle. “Al sicuro”, borbotto’, toccando di nuovo istintivamente il disco solare. Era al sicuro. La guerra era finita, Alise era convalescente nella capitale, e lui era stato assegnato al tempio di una citta’ mille miglia lontana dalla federazione e dal teatro di guerra. Le cose potevano solo migliorare.
Si piego’ all’indietro sulla sella fino a sentire un paio di rassicuranti schocchi provenire dalle sue vertebre, accompagnati da un po’ di sollievo, ed alzo’ gli occhi verso la strada che scendeva dalla collina. Fu solo in quel momento che noto’ una gruppo di soldati a cavallo, con i colori del matriarcato, che saliva verso di lui. Una pattuglia di perlustrazione forse? Lo avrebbe scoperto ben presto.
<Salute a voi straniero>, lo apostrofo’ il capogruppo. Indossava una cotta di maglia decorata con una grande fiamma rossa su sfondo bianco. Garin cerco’ di associarla ad uno dei gruppi religiosi che conosceva, senza successo. Forse qualcosa di affine a quei pazzi piromani di Hoeron? Sembravano curiosamente fuori posto in una citta’ largamente costruita da legno. Oh beh.
<Che Pelor vi conservi, capitano, come posso aiutarvi?>
<Identificandovi, per cominciare, e poi potreste dirci se avete visto un gruppo formato da un mezzorco e un mezzelfo procedere lungo la strada a sud. Li stiamo cercando>
<Quanto alla prima richiesta, il mio nome e’ padre Garin di Pelor. Sono stato nominato capo guaritore del tempio di Shining Wood> Era leggermente infastidito dal modo di fare brusco della guardia, ma non lo diede a vedere. I tempi erano comunque difficili. <Non ho visto mezzorchi, ma ho incrociato diversi gruppi di non umani che si dirigevano verso sud. Piu’ di quanti mi sarei aspettato di vedere, in effetti>.
<Lasciano la citta’, ed e’ un bene. Non vogliamo disordini a Shining Wood, e i loro traffici hanno scatenato la collera degli dei>
<Cosa intendete?>, rispose Garin con una punta di stupore, <Si sono resi colpevoli di qualche crimine?>
<Suvvia, padre>, rispose il soldato con tono ironico, <non vi sara’ sfuggito che anche tra gli dei c’e’ battaglia. Sono successe brutte cose nel mondo durante la guerra, troppi maghi, troppi mortali superbi si sono immischiati in poteri che non gli spettavano, troppe razze che dovrebbero stare al loro posto si sono mescolate agli uomini. E da quali dei e’ iniziato il caos? I non umani devono andarsene dove non possono arrecarci danno>
<Ovviamente so di cosa sta parlando, SER>, adesso stava iniziando ad essere infastidito, <ma non mi sembra che i non umani possano essere considerati colpevoli di...>
<No? Davvero? Posso capire che nel sud, da cui chiaramente venite, il rapporto con loro sia diverso. Forse li avete a cuore? Siete proprio SICURO di non aver visto le persone che cerchiamo?>
<Non ho l’abitudine di dire menzogne, ser> disse Garin gelido. <Posso avere l’onore di sapere con chi sto parlando? Fate parte di un ordine religioso per caso?>
<Potete. Mi chiamo Janos, della Sacra Fiamma. Cercate di capire presto come vanno le cose adesso a Shining Wood, straniero, altrimenti ci rivedremo. ANDIAMO!> Concluse l’altro sbraitando l’ordine al suo drappello. Pochi colpi di speroni ed erano lontani.
<Maledetto razzista> sibilo’ tra i denti Garin. L’ incontro era bastato a fargli passare il buonumore. Shining Wood era famosa per la sua tolleranza, le madri governavano in modo liberale e nella citta’, a sentire i racconti dei mercanti, convivevano tutte le razze conosciute. Sembrava che la guerra avesse portato un cambiamento in peggio, e se veramente i non umani stavano venendo esiliati...
“Signore della luce, questa assegnazione potrebbe essere meno piacevole del previsto”, penso’. Pelor era un dio universale, e i suoi raggi splendevano ugualmente su tutte le razze. Per la sua fede, non poteva fare a meno di dare accoglienza e aiuto a tutti. Eppure questo poteva metterlo politicamente in una situazione difficile, se veramente le cose in citta’ stavano andando verso l’intolleranza. Molto meglio pensare, sperare, che quel Janos fosse solo uno stronzo e quella Sacra fiamma di cui parlava di estinguesse quanto prima.
Tuttavia, Garin era stato onesto, sapeva di cose l’altro stava parlando. Sapeva che i tempi erano oscuri.
Yondalla.
Era successo qualche mese prima, mentre era a Tarsanadas a riprendersi dalla guerra. Lo aveva sentito nello spirito, attraverso la connessione che lo legava al suo dio, una sorta di riverbero, come una vibrazione nell’anima. Naturalmente se ne sarebbe accorto comunque. Difficile ignorare il cielo che all’improvviso si illumina di un lampo blu intenso, come se una esplosione di energia avesse avvolto il mondo. Impossibile ignorare il grido di disperazione che ovunque, in ogni angolo della citta’, tutti gli halfling avevano lanciato all’unisono.
I mezzuomini erano un popolo tutto sommato benvoluto da tutti. Erano mescolati agli umani in tutte le terre dell’impero, dediti ai loro commerci, al gioco, o alla ricerca di fortuna. Condividevano con le piccole razze una sorta di allegria di fondo, una propensione allo scherzo, al prendere la vita nel modo migliore. A Garin era sempre piaciuto avere a che fare con loro.
Tutto questo era finito. Nessuno aveva capito come o perche’, nemmeno i piu’ grandi studiosi, ma quando quel lampo aveva percosso il cielo Yondalla, la dea madre degli Halfling, aveva cessato di esistere. C’erano stati segni che alcuni avevano tentato di interpretare. Alcuni grandi sacerdoti avevano parlato di una guerra fratricida tra dei, altri del risveglio di antichi flagelli, forse perfino di Bronn, ma era difficile dire cosa venisse da autentiche visioni divine e cosa dall’esaltazione e dalla voglia di farsi ascoltare.
Cio’ che era certo e’ che gli Halfling non avrebbero mai piu’ riso. Sembrava che la fiamma vitale di quel popolo si fosse estinta insieme al fulcro della loro fede. I lombi di tutte le donne halfling si erano seccati, molti bambini si erano ammalati e per giorni la citta’ aveva risuonato di voci acute piegate nel pianto, che poi si era trasformato in un tono sordo,  disperato. La razza degli Halfling era condannata a morte. Che questo venisse usato come ragione per esiliarli insieme alle altre razze non umane suonava come una beffa in aggiunta alla tragedia.
Con un colpo di caviglia il sacerdote rimise in moto la sua cavalla. Per un po’ procedette con lo sguardo fisso a terra, tetro, ma il calore del sole sul volto riusci’ come sempre a sollevarlo. Erano tempi difficili, ma forse erano prossimi alla fine. L’opinione comune era che Yondalla fosse un caso isolato, una lotta tra divinita’ minori, o forse semplicemente il tempo degli Halfling, per quanto triste questo fosse, era giunto alla sua naturale conclusione... Gli dei maggiori non avevano dato segni ai loro sacerdoti, la guerra era finita e anche la piaga dei non morti sembrava confinata al nord, dato che le creature della notte non si avventuravano nei caldi regni dove Pelor donava con maggiore abbondanza il suo calore.
“Accetta questo fatto, Garin... Sei un inguaribile ottimista. Sara’ la tua morte...” Beh, meglio morire sperando per il meglio, comunque. Il sacerdote inizio’ a fischiettare un motivetto.
L’agonia lo colse un istante piu’ tardi.
Il cielo si ribalto’ e la terra gli cadde incontro, colpendolo con forza sul viso, ma lui non se ne rese conto, contorto in un rictus di dolore. Non era dolore nella carne, era come se il suo spirito venisse diviso in due parti, come se una parte del suo cervello stesse venendo strappata via con una tenaglia rovente. E il colore del dolore era il BUIO. Buio nel suoi occhi, buio nel cielo, buio tutto intorno.
Quando riapri’ gli occhi, un secondo o un’ora piu’ tardi, era a terra, con il sapore del suo sangue in bocca. Si era storto una gamba cadendo da cavallo, e la caviglia gli faceva un male fottuto. Davanti ai suoi occhi c’erano le zampe del cavallo. Sembrava che il quadrupede fosse stato immune a qualsiasi cosa avesse colpito l’uomo. Stava brucando dell’erba a lato della strada.
“Cosa diavolo e’ successo?” Penso cercando di rialzarsi e togliendosi un sasso dal cuoio capelluto. Aveva avuto un attacco epilettico? Una conseguenza delle ferite subite a Veero forse? Quando tempo era rimasto svenuto? Un bel po’, a giudicare da quanto il cielo era buio...
Poi alzo’ lo sguardo verso il cielo.
Il sole era sparito. Sulle prime penso’ che una nuvola lo avesse coperto, ma non c’erano nuvole. Era sparito. La volta celeste era grigia.
All’improvviso, una cappa di gelo cadde su di lui. Inizio’ a tremare.
<Chi e’ la’? Cosa sta succedendo?> Urlo’ vedendo un movimento dietro ad alcuni alberi sulla sua destra. Le foglie si scostarono, lasciando passare due uomini.
Solo che non erano uomini. Uno era un mezzorco, uno poteva essere un uomo, o un mezzelfo, impossibile dirlo... Perche’ il volto era mezzo sbranato. Ferite mortali coprivano il loro corpo, inferte dai lupi, o da uomini peggiori di lupi, chissa’.
<State... State indietro!> Tento’ di comandare Garin. La sua mente rifiutava di connettere: non morti nelle terre dei fiumi? Gli occorsero alcuni secondi per ricordare il rituale della cacciata, poi alzo’ il suo canto nella litania del rito e sollevo’ il suo simbolo sacro, che avrebbe dovuto illuminarsi di luce e calore e scacciare quelle creature immonde.
Il simbolo era gelido e scuro. Fu allora che capi’ cosa mancava dalla sua mente.
Mancava Pelor.
Mentre la comprensione lo invadeva, e con essa la follia, padre Garin senti’ uno schizzo caldo sul viso. Si giro’ su se’ stesso per notare un’altro mezzorco, armato dell’ascia che lo aveva ucciso strappandogli un braccio, squarciare il collo del suo cavallo e iniziare e iniziare a mangiarlo mentre ancora scalciava.
Un dolore bruciante lo fece cadere a terra. Un altro colpo lo libero’ dal dolore, e con esso dalla percezione del suo corpo. <Alise...> Fece in tempo a sussurrare. Poi il buio lo accolse di nuovo.